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martedì 17 agosto 2010

I furbetti del quartierino...esistono ancora????...credo proprio di si....



Furbetti der quartierino è un'espressione idiomatica, facente parte del gergo romanesco, entrata a far parte del lessico giornalistico italiano nel 2006.

Tale frase venne usata per la prima volta da Stefano Ricucci nell'estate del 2005, riferendosi alle banche estere che stavano scalando due banche italiane. Secondo Ricucci esse agivano da furbette come le bande dei quartieri di Roma. La manovra fu scoperta grazie alle intercettazioni.

L'espressione è entrata nel lessico comune con riferimento opposto: i furbetti del quartierino sono diventati Stefano Ricucci, il "Gianpy" Gianpiero Fiorani e altri (Giovanni Consorte, Danilo Coppola, Giuseppe Statuto) che sono stati colpiti da varie inchieste giudiziarie per i metodi presuntamente poco leciti con cui si apprestavano a scalare la Banca Nazionale del Lavoro (BNL), RCS e Antonveneta e per le modalità, presuntamente fraudolente, con cui avevano conseguito in modo improvviso una enorme fortuna economica di dubbia provenienza.

L'espressione sta a significare un gruppo di persone che, in maniera spavalda e arrogante ma ingenua, cerca di ottenere qualcosa, comportandosi in modo incurante nei confronti della normativa legale. Per estensione, con tale espressione il linguaggio giornalistico è venuto qualificando la consuetudine, considerata spesso tipica anche della classe politica, di comportarsi in modo doppio e poco trasparente, dissimulando così le proprie vere finalità, spesso con l'intenzione di conseguire un vantaggio personale o di parte.

sabato 7 agosto 2010

Le idee ci sono....per i soldi..ovviamente...bisogna coinvolgere gli IMPRENDITORI...



Come creare 40mila posti barca in più.

Secondo uno studio di Ucina, basterebbe razionalizzare gli spazi sottoutilizzati nei bacini commerciali esistenti. Si attiverebbero così risorse (private) per 1 miliardo di euro creando almeno 10mila posti di lavoro nell’indotto


La nautica, che secondo lo stu­dio della Fondazione Edison rappresenta la quinta forza trainante dell’export italiano, è letteralmen­te compressa sul mercato interno. E non solo dalla mancanza di infra­­strutture. Anche le differenze nor­mative, determinate dal passag­gio della competenza sulle conces­sioni demaniali alle Regioni (e da alcune di esse devoluta ai Comu­ni), rappresentano un grave limi­te.

In questo senso il cosiddetto «fe­deralismo demaniale», cioè il definitivo conferimento delle coste al­le autonomie (e dei beni su di esse ubicati), può essere la chiave di vol­ta per risolvere il gap che ci separa dagli Stati che ci fanno concorren­za nel Mediterraneo: Francia, Spa­gna, Croazia e ora Turchia, Tuni­sia, Montenegro.

L’interesse non è solo quello - legittimo - degli imprenditori che vorrebbero competere almeno al­la pari con i colleghi dei Paesi del Mediterraneo,ma quello dell’inte­ra Nazione: qualunque studio economico dimost­ra infatti come i be­ni demaniali marittimi destinati al­la nautica da diporto offrono il mi­glior moltiplicatore del reddito e dell’occupazione anche rispetto a tutti gli altri settori del cluster marittimo ( dati Censis, Bain & Co, Osservatorio Nautico Nazionale). Lo stesso schema di decreto legislati­vo sul federalismo demaniale sta­bilisce che l’ente territoriale è tenu­to a favorire «la massima valorizza­zione del bene nell’interesse della collettività». Quindi, la nautica è la soluzione.

Secondo uno studio di Ucina-Confindustria Nautica si possono ricavare 40mila posti barca sempli­cemente razionalizzando gli spazi sottoutilizzati nei bacini commer­ciali esistenti. Si tratta di attivare risorse - private - per 1 miliardo di euro e anche 10mila posti di lavo­ro nell’indotto. Il numero dei posti barca può essere ulteriormente au­mentato destinando all’ormeggio a secco una di parte dei piazzali, degli scivoli e delle strutture fronte­mare che costituiscono il dema­nio marittimo. Molti di questi beni erano già censiti dal dpcm 21 dicembre 1995, il quale elencava i beni del demanio marittimo inizialmente rimasti allo Stato in occasione del primo trasferimento di funzioni amministrative alle Regioni.

Oggi le autonomie potrebbero decide­re che una quota parte di queste strutture vadano destinate priori­tariamente all’uso nautico, recu­perando spazi a mare per la gran­de nautica e consentendo ormeg­gi a costi contenuti per la nautica sociale. In America si fa da 30 an­ni... Il trasferimento alle autono­mie, infine, può essere l’occasione per definire la la spinosa questio­ne dei canoni demaniali, che la Fi­nanziaria 2007 moltiplicò fino a 10 volte. Allora, con un evidente erro­re concettuale, fors’anche ideolo­gico, i porti furono assimilati agli stabilimenti balneari, i cui costi di realizzazione sono evidentemen­te ben diversi.

Questo ha in parte bloccato gli in­vestimenti, senza portare un euro nelle casse dello Stato perché tutte le imprese hanno fatto ricorso. In­fatti, secondo Ucina, gli aumenti hanno riguardato - fatto illegitti­mo- i contratti in essere e non solo quelli a venire. L’aumento, infatti, si abbatte retroattivamente sulle opere già realizzate, facendo salta­re i business plan. Anche per que­sto i ricorsi cominciano a trovare accoglimento. Inoltre il nuovo meccanismo in vigore dal 2007 punisce, penalizzandolo con maggio­ri oneri, chi realizza strutture più importanti, che, va ricordato, allo scadere della concessione torna­no in mano pubblica. Esattamen­te contro quella che dovrebbe esse­re una logica di incentivi rispetto a chi investe maggiormente.

Il fede­ralismo demaniale può dunque es­sere un’opportunità, ma anche un ulteriore limite. Ucina-Confindu­stria Nautica, tra l’altro,è preoccu­pata dalla modalità adottata per il trasferimento dei beni, che preve­de una parcellizzazione e anche una certa concorrenza fra Regioni, Province e Comuni. Questo è asso­lutamente controproducente e dannoso per la gestione del mare che, per sua natura, ha bisogno di un progettounitario.I n quest’ott­i­ca sarebbe bene che la Conferenza Stato-Regioni trovi «regole mini­me » che valgano per tutte le auto­nomie, come la durata minima del­le concessioni dei porticcioli turi­stici, salvo la podestà di ciascuna di legiferare in materia.

Anton Francesco Albertoni*
* Presidente Ucina

giovedì 5 agosto 2010

Quando capita.....faccio anche il "DOMESTICO".....



Ricerca della London School of Economics

I lavori di casa? Faccenda da uomini
Si danno da fare più delle donne e si lamentano di meno


MILANO - Uomini pigri in casa? Un falso mito, scardinato da una ricerca della London School of Economics (Lse) che ha evidenziato, invece, come fra le mura domestiche i maschietti si diano da fare di più e talvolta persino meglio delle loro compagne, malgrado siano queste ultime a lamentarsi sempre di doversi dividere fra casa e ufficio, lavorando così a loro dire di più, e tendano fra l’altro a ridurre l’orario di lavoro o a lasciare del tutto la loro occupazione non appena hanno un bambino. Un comportamento che, invece, non appartiene al sesso forte che, al contrario, in caso di perdita nei guadagni, si attrezza a fare gli straordinari o i turni supplementari pur di portare a casa i soldi.

LA REALTÀ - «Questi dati rovesciano la ben radicata teoria secondo la quale le donne fatichino sproporzionatamente di più degli uomini fra casa e ufficio», ha commentato al Daily Mail la dottoressa Catherine Hakim, sociologa della Lse, «e la consueta lamentela femminista legata al fatto che gli uomini non farebbero la loro parte in casa, assumendosi la metà dei compiti, è sovvertita dalla realtà, perché gli uomini farebbero già molto di più di quello che ci si aspetterebbe da loro». Una visione che non trova, però, d’accordo Justine Roberts, co-fondatrice di Mumsnet, sito dedicato a mamme e bambini: a suo parere, infatti «sono ancora le donne che lavorano ad assumersi quasi interamente la responsabilità di mandare avanti la casa e a dedicarsi all’educazione e alla crescita dei figli».

LAVORI - Tornando allo studio inglese, analizzando i lavori retribuiti al pari di quelli non retribuiti come pure del tempo trascorso a fare volontariato e assistenza, gli esperti hanno calcolato che uomini e donne lavorerebbero una media di otto ore giornaliere, con i primi a dare un contributo in casa sensibilmente maggiore di quanto verrebbe riconosciuto loro nella realtà dalle mogli brontolone.

L’unica eccezione è rappresentata dalle coppie senza figli, in cui entrambi i partner hanno un lavoro a tempo pieno: in quel caso, infatti, sono le donne a darsi complessivamente più da fare degli uomini nelle faccende domestiche. La ricerca ha poi evidenziato come appena il 14% delle donne inglesi preferisca dedicarsi totalmente al lavoro, mentre il 69% sogni di conciliare il ruolo di casalinga con quello di lavoratrice e il restante 17% consideri la casa come il fulcro centrale della propria vita. Una scelta che, però, l’attuale governo non pare incoraggiare, come ha ribadito la dottoressa Hakim, visto che si tende a favorire di più i lavoratori full-time, ignorando le mansioni casalinghe proprio per la loro natura «non retribuita». E la ricerca londinese troverebbe il conforto anche di altri dei numeri, sotto forma del sondaggio lanciato dalla versione online del tabloid: alla domanda, infatti, se gli uomini «facciano la loro parte nei lavori domestici», il 63% dei lettori ha risposto affermativamente. Che siano tutti uomini?

Tratto dal Corriere della sera on line
Simona Marchetti
05 agosto 2010

L'Avvocato,la Juve, Boniperti, il Trap, Platini, Boniek....questo si che era CALCIO...!



Dopo un corteggiamento di quattro anni

Depistaggi e incontri top secret
Così la Juve prese Platini
La regia di Agnelli. E Boniperti al francese: «Tagliati i capelli»


Ci sono incontri che cambiano la storia. Nel febbraio ’78, a 23 anni nemmeno compiuti, Michel Platini è già il miglior giocatore di Francia. La sua squadra è il Nancy ma, quando si presenta con la Francia a Napoli, per un’amichevole contro l’Italia, tutti si accorgono che è un campione vero. Con una punizione (la sua specialità), firma il 2-2. L’Inter si muove, Sandro Mazzola, a metà primavera, ha in mano il sì del giocatore per trasferirsi a Milano. Ma gli stranieri non possono ancora venire in Italia, perché dal ’66 le frontiere sono sigillate. Ci sono indicazioni chiare che l’autarchia stia per finire, invece per la riapertura occorre attendere il 7 maggio ’80.

Nel frattempo, Platini ha avuto un bruttissimo infortunio: triplice frattura alla gamba destra. Lascia il Nancy nell’estate ’79 e va al St.Etienne, la squadra che ha ridato splendore al calcio francese. L’Inter non è più convinta della scelta: nell’80, quando tornano gli stranieri (uno per squadra) punta su un austriaco (Prohaska), mentre la Juve sceglie un irlandese, Brady. E poi il giocatore non vuole lasciare il St.Etienne dopo appena un anno. A inizio ’82, la Federcalcio italiana decide che sono maturi i tempi per aprire al doppio straniero in serie A. La Juve pensa a un polacco, Zibì Boniek, un centrocampista d’attacco che segna e fa segnare, però arrivano a Torino i segnali del desiderio di Platini, in scadenza di contratto con il St.Etienne, di trasferirsi in Italia. Un ritorno a casa visto che suo nonno, Francesco, è partito da Agrate Conturbia, provincia di Novara, per trasferirsi a Joeuf, in Lorena.

Mercoledì 23 febbraio ’82, a Parigi si gioca Francia-Italia. Gianni Agnelli telefona a Giampiero Boniperti, presidente della Juve dall’11 luglio ’71, come fa quasi ogni giorno, ma stavolta la telefonata è più breve del solito: «Stasera guardiamo insieme il match di Parigi». Boniperti raggiunge Villa Frescot, sulla collina di Torino e insieme con l’Avvocato osservano la Francia che dà una lezione di calcio agli azzurri: 2-0. Platini gioca una partita straordinaria, segna un gol, fa segnare, trascina, illumina. Agnelli, che vede il calcio soprattutto come uno spettacolo e che da anni lo considera il miglior giocatore europeo, ne resta abbagliato; Boniperti è entusiasta: «Prendiamolo, questo è il momento giusto. Un giocatore così ci farà divertire per tanti anni» dice al presidente della Juve. «Ci proviamo — è la risposta —perché la concorrenza è forte. C’è l’Arsenal che lo vuole a tutti i costi, c’è il Paris St.Germain che lo cerca. Ma ci proviamo». È l’incontro che cambia la storia della Juve degli anni Ottanta e anche quella di Platini. I giornali italiani sono in sciopero, la partita va in onda in tv senza commento, Boniperti si muove a fari spenti.

Un mese dopo, da Parigi arrivano pallidi segnali di interesse della Juve. Boniperti ha già incontrato Bernard Genestar, il manager di Platini a Parigi, dribblando anche un giornalista di Tele-foot, che qualcosa ha visto e che sospetta. Nel frattempo, la Juve si concentra sull’acquisto di Boniek, molto complicato, perché è difficile prendere un giocatore che viene dall’Est europeo, corteggiato anche dalla Roma. In più c’è una complicazione inattesa: la Federcalcio italiana taglia i tempi per l’acquisto degli stranieri. Non si chiude più a fine maggio, ma il 30 aprile. Una decisione che spinge la Juve a congelare l’affare Platini e a concentrarsi su Boniek. Pietro Giuliano, il direttore generale della Juve, braccio destro di Boniperti, vola a Varsavia. È una trattativa estenuante, che riesce a chiudere il 27 aprile. A chi gli chiede conferma dell’operazione, Boniperti a Torino spiega: «Voi che informazioni avete? Bisogna chiedere a Giuliano, non lo sento da due giorni». Boniek è preso, il presidente della Juve non si ferma. Ha ricevuto una nuova telefonata dall’Avvocato, che gli dà il via libera per Platini: «Ho letto sull’Équipe che è davvero in vendita. Prendiamolo subito». Mancano tre giorni alla chiusura del mercato. Il 28 aprile, Boniperti, già in movimento da giorni, sparisce. Vola a Parigi e incontra un’altra volta Genestar. Aspettano anche Giuliano, che però non riesce ad arrivare per una questione di coincidenze aeree e che ha tutto il tempo per depositare il contratto di Boniek. Telefonano a Platini, impegnato in serata in Francia-Perù, «perché dobbiamo chiudere in due giorni». Poche parole: «Ci vediamo venerdì a Torino per il contratto». Boniperti rientra a casa, fa sapere che la Juve ha chiuso il suo mercato, con l’acquisto di Boniek: «Siamo a posto così». Invece va un’altra volta dall’Avvocato per vedere Francia- Perù, sapendo di avere Platini in tasca.

Il 29 aprile, le luci della sede juventina si spengono a mezzanotte: Boniperti, Giuliano e Trapattoni hanno parlato per ore dell’operazione, da rendere pubblica non prima del 3 maggio (meglio se a metà mese), perché la Juve è impegnata nello sprint scudetto con la Fiorentina e non è facile spiegare a Brady che a fine stagione dovrà lasciare. Venerdì 30 aprile, all’alba, Platini lascia St.Etienne e alle 8 è all’aeroporto di Lione, dove incontra Genestar e Philippe Piat del sindacato calciatori francesi; alle 10 è nell’ufficio di Boniperti e Giuliano, in riva al Po, comincia una trattativa che va avanti per sette ore e che non è per niente semplice, perché c’è da stabilire la cifra esatta da versare al St.Etienne in base al parametro definito dalla Federcalcio europea (Platini è un giocatore a fine contratto); ci sono alcune clausole di difficile interpretazione; c’è da trovare l’accordo economico con il giocatore (400 milioni di lire al primo anno, 440 al secondo) e l’intesa sulle partite da giocare con la Francia. Si muove Platini, chiama il presidente del St.Etienne, Rocher, e ottiene il via libera, in cambio del versamento di 1.280.000 franchi. Alle 17, l’operazione si chiude. Brindisi finale (spumante), Boniperti raccomanda a Platini di tagliarsi i capelli («e se poi perdo le mie forze?»), poi accompagna Platini, Genestar e Piat a Caselle. Guida lui, per essere certo di non essere intercettato da nessuno. Invece il «Telefono rosso» di Europe 1 gli sta rovinando i piani. È il programma in cui gli ascoltatori si improvvisano investigatori per vincere un premio di 500 franchi. Qualcuno ha visto Platini; Eugène Saccomano dà l’annuncio alla radio. La Juve non può più tenere nascosta la notizia. Brady va in sede e alle otto della sera scopre di dover lasciare la Juve. Boniperti si commuove: «È il calcio, è la vita». Insieme, in cinque anni la Juve e Platini arriveranno in cima al mondo.

Tratto dal Corriere della Sera on line
Fabio Monti
05 agosto 2010

mercoledì 4 agosto 2010

Fà caldo...maremma maiala!....



Aria condizionata per i maiali

Un allevatore della provincia di Lodi ha installato dei condizionatori per i suoi animali: "Quattro bocchettoni che portano la temperatura a 28 gradi. In questo modo si evita il crollo della fertilità, che può raggiungere anche il 30%".


Lodi - Fa caldo, non è una novità. I più fortunati sono al mare, o in montagna (o al lago). Gli altri si consolano con l'aria condizionata o, se non ce l'hanno, con un buon ventilatore e magari qualche bibita fresca, gelati e anguria a volontà. A soffrire per l'afa sono tutti. Animali compresi. Qualcuno ha pensato bene di dare un po' di refrigerio anche ai maiali. Negli allevamenti italiani di suini, infatti, sono arrivati i condizionatori. Come quelli che Marco Lunati, 33 anni, allevatore di Mairago, in provincia di Lodi, ha installato per rendere più sopportabile ai suoi animali il caldo di quest’anno.

Meno di 28 gradi "Quando a luglio si viaggiava sui 34 gradi - racconta Marco - i miei maiali stavano al chiuso con meno di 28 gradi". A garantire un’estate fresca alle 600 scrofe e ai 3mila lattonzoli dell’allevamento sono quattro bocchettoni che aspirano l’aria calda delle stalle e, dopo averne presa di nuova dall’esterno e averla climatizzata, la immettono nell’allevamento.

Evitato crollo fertilità "In questo modo - spiega l’allevatore - abbiamo evitato il crollo della fertilità, che in pianura padana arriva anche al 30% nei momenti di caldo peggiore". Lo scorso mese di luglio, spiega la Coldiretti citando dati del Cnr di Bologna, è stato il sesto più torrido degli ultimi 200 anni e le temperature medie sono state superiori di più di due gradi rispetto a quelle del periodo 1961-1990.

Il precedente Fu dopo l’afosa estate del 2003 che Andrea Cristini, vice presidente di Coldiretti Brescia e allevatore di suini a Isorella, in provincia di Brescia, decise di utilizzare i primi impianti di raffrescamento per i suoi 750 maiali. "Sono dei radiatori ad acqua corrente - spiega l'allevatore - grazie ai quali riusciamo a ottenere un calo di 4-5 gradi della temperatura interna dell’allevamento. Ne abbiamo uno per ogni sala di gestazione e uno per ogni sala parto, per evitare che il troppo caldo stressi gli animali".

Marea Nera: finalmente c'è il tappo......mancano i tarallucci e il vino....



Fermata la marea nera Bp: operazione riuscita Il pozzo ora è tappato

L'operazione "Static Kill" è riuscita: la falla nel Golfo del Messico è stata tappata con l'iniezione di cemento e fango che ha spinto il petrolio nel bacino sottostante, a 4mila metri sotto la superficie marina.

New Orleans - La bella notizia finalmente è arrivata. L’operazione "Static Kill" è riuscita e il pozzo sottomarino da cui si è sprigionata la marea nera nel Golfo del Messico è stato chiuso. Lo ha riferito la Bp. La falla petrolifera che ha causato il disastro ambientale nel Golfo del Messico è stata tappata con l’iniezione di cemento e fango che doveva spingere il petrolio nel bacino sottostante, un deposito situato 4mila metri sotto la superficie marina. Un'operazione che non era mai avvenuta a tali profondità.

martedì 3 agosto 2010

Calcio moderno...ossia SOLO BUSINESS....ma non mi piace proprio per niente...



Vaticano contro il calcio: "La partita delle 12,30? Un'invasione di campo"

La Chiesa critica il nuovo orario della partita della domenica in serie A: "Il fischio d'inizio alle 12,30 è deleterio per le famiglie. Religione da tutelare". Ma i vescovi sono divisi.


Il problema non è di semplice risoluzione: che cosa è più sacra alla domenica? La santa messa o la partita di pallone?

Il dubbio poco amletico riguarda il popolo italiano tutto, quello che era abituato, una volta, a conciliare i due appuntamenti, al mattino in chiesa, al pomeriggio allo stadio, intervallati dall’acquisto del quotidiano e delle figurine all’edicola e dalla visita in pasticceria per dolciumi e bottiglia di spumante.

Ma adesso bisogna scegliere, facendosi il segno della croce. Il famoso «spezzatino» disturba e cambia le buone abitudini domenicali, alle ore dodici e trenta la messa è appena finita ma la partita va ad incominciare, ergo delle due l’una, o si va in chiesa con la tromba e la bandiera per poi svignarsela di corsissima in curva oppure si diserta la trinità e si sceglie il quattroquattrodue. Non è roba da poco per un paese tutto casa, chiesa e pallone. Finito il tempo degli oratori, dove almeno si serviva messa dopo aver giocato sul campo polveroso del cortile sotto il campanile, ecco il tempo dei calendari, poco gregoriani.

Il business manda a ramengo riti e cerimonie, diventa complicato sposarsi a quell’ora lì del calcio d’inizio, anche le comunioni debbono slittare a data da destinarsi, facendo attenzione alla champions e alla tim cup che hanno le loro scadenze. Non c’è più religione, si usa dire, e mai come in questo momento l’affermazione è come il cacio, anzi il calcio sui maccheroni.

Ormai si gioca sempre e comunque, di pomeriggio, di sera, all’ora di pranzo, non c’è giorno vacante della settimana, sono in evidente crisi i calendari con le pupe ignude, vanno come il pane i calendari della stagione agonistica, consultati continuamente per non perdere di vista la partita giusta, all’ora sbagliata. La religione arretra, nonostante le forme di esibizionismo dei prodi calciatori, vedi la croce tatuata sul petto e sul braccio di campioni e brocchi uniti nell’epigrafe, il crocefisso al collo su lacerti poderosi, quelli che prima e dopo un gol si segnano come all’ingresso in basilica, quelli che rivolgono lo sguardo al cielo non per vedere se piova ma per ringraziare il Signore o simile, insomma un esercito di pellegrini nel santuario detto stadio.

Ma non serve, non basta, il business prevale sulla fede. La famiglia si divide, la multivision non è soltanto una formula commerciale proposta da alcune emittenti, è diventata proprio una forma di esistenza quotidiana, di qua il padre, di là la madre, di sopra il figlio, di sotto la sorella, al momento del pranzo o della cena scatta l’ora X: spaghetti o calcio d’inizio? Rita Pavone, lo segnalo ai contemporanei, cantava «perché perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita, di pallone?». Erano i favolosi anni Sessanta (per l’esattezza millenovecentosessantadue), la tivvù si limitava a resoconti serali e prenotturni, la radio lasciava sognare e immaginare, la chiesa aveva i suoi bravi e buoni fedeli, lo stadio anche, non era il caso di sveltire la messa, c’era tempo per tornare a casa, pranzare e quindi andare alla partita, senza fidanzata o moglie.

Adesso la giornata è piena, gli stadi semivuoti, la Chiesa protesta non tanto per l’orario ma per l’invasione di campo, di sacrestia, di casa, una specie di hooliganismo organizzato e autorizzato, invece di rompere le vetrine si sgretolano le famiglie e le sacre abitudini. Comunque anche in Vaticano i pareri sono discordanti, c’è la curva nord, per voce di monsignor Carlo Mazza, già direttore dell’ufficio nazionale della conferenza episcopale, che censura il calendario spalmato e la curva sud per voce di don Alessio Albertini che invoca la coscienza e il buon senso personale di ogni fedele. Dietro questo parere si cela, tuttavia, un conflitto di interessi, Alessio è fratello di Demetrio, già campione del Milan e oggi vicepresidente della federcalcio.

Non c’è più religione. Al grido di viva il parroco ognuno farà come vorrà, tanto il Signore, dall’alto dei cieli, non avrà bisogno della prova tivvù.

Tratto da il Giornale on line del 03 Agosto 2010 di Tony Damascelli.